la trasformazione della vacca in lampone

come fu che, senza nemmeno chiederlo, un ragazzo di Dakar si trovò coinvolto, dalla sua casa in Romagna, nella coltivazione del lampone nella valle della Drina.

Ousman non l’avrebbe mai immaginato.
Di certo non lo immaginava quando partì da Dakar, la metropoli dell’Africa Occidentale, studi di matematica in tasca e l’idea di andare in Olanda a fare l’informatico come suo zio.
Il nord Italia sarebbe stato solo la prima tappa, ospite da un altro zio, Abdou; ma alla fine c’è rimasto. E c’è rimasto ad allevare vacche a brado sull’appennino.
No, questo non poteva immaginarlo.
Ma ancor meno poteva immaginare che si sarebbe trovato coinvolto nella complessa ed improbabile filiera della trasformazione della vacca in lampone.
il millenario rapporto della vacca con il territorio
Per capire di che stiamo parlando occorre fare un passo indietro.
Italia, 1992. Appennino tosco romagnolo, Comune di Tredozio. Un sardo arriva, compra delle terre marginali e vi libera un quantitativo imprecisato di vacche. La valle, sotto i baffi, sorride.
Jugoslavia, 1992. In seguito ad un referendum, il fiume Drina diventa confine fra due stati: Bosnia Erzegovina e Jugoslavia (ora si chiama USM, Unione di Serbia e Montenegro).
Le terre di Tredozio condividono il destino di molto Appennino italiano; colline ripide, argillose ed asciutte già molto abitate e sfruttate, ora semiabbandonate, marginalizzate ed a rischio di erosione.
Le terre della Drina sono sempre state terre di fiumi, di confini e di ponti.
E quest’ultimo confine fa scoppiare una guerra, una guerra prepolitica e disumana nel suo rifarsi alle appartenenze e postopolitica nel creare spazi di totale dereguration, di riequilibrio nel disequilibrio del commercio mondiale; una guerra legata alla perversione locale delle politiche, delle pratiche e delle economie finanziare del sorvolo, e giocata sulle minime rughe del territorio, sulla collina, il tratto di bosco, il sussultare e ripiegarsi della linea del fronte.
Nella valle si creano delle ènclaves, poi “protette” dall’Onu, dove confluisce la popolazione bosgnacca. Attorno, l’esercito dei Serbi di Bosnia.
Tredozio: la bizzarra fattoria prospera. Occorre un fattore fisso. Ad un anziano del paese si sostituisce Abdou Saw, immigrato senegalese a Padova, attivo nel sindacato, che ha già lavorato come saldatore e al macello comunale dove lui, musulmano, disossava maiali,
In Senegal, Abdou viveva a Dakar: di certo non sospettava di saper cavalcare a pelo. E non è l’unica riscoperta legata alla tenuta “L’Avolano”: il proprietario, Gianfranco Orunesu, viene da una famiglia di tradizione agraria, ma aveva scelto con decisione un’altra strada: normalista, poi docente di filosofia in un liceo di Padova. E la militanza politica. Prima di sentire la necessità di ritrovare le radici nella terra: “Radici che io, o forse tutta la mia generazione, avevamo tagliato, in maniera un po’ cazzona… poi, la situazione che si è creata ci ha in qualche modo costretto a recuperarle, ed è stata dura, perché erano tagliate… tagliate tagliate. ”
Riscoprendo il millenario rapporto fra vacca e territorio. L’allevamento biodinamico a brado è stato infatti in grado, nel corso degli anni, e seguendo i consigli dell’agronomo Alessandro Liverani, di recuperare terreni marginali: l’animale apre sentieri, ripulisce il bosco e gli permette di alzarsi in bosco nobile, rivitalizza il prato grazie ad un meccanismo di rotazione. “Non è un capriccio di anime belle”, prosegue Orunesu “è la reazione necessaria all’industrializzazione dell’agricoltura e dell’allevamento: alla mucca pazza, alla peste dei polli…”
Valle della Drina, luglio 1995: rimane poco da rapinare, è chiaro che la guerra volge al termine. L’11 luglio l’esercito dei serbi di Bosnia attacca l’ènclave e di Srebrenica e massacra tutta la popolazione maschile fra i 14 e i 60 anni. I caschi blu consegnano armi e blindati agli aggressori e stanno a guardare. A Srebrenica sono almeno 7000 i civili uccisi in pochi giorni (questo il numero di nomi resi pubblici dagli stessi Serbi lo scorso 14 ottobre).
L’ONU, si dirà d’ora in poi, chiosando l’amarezza di Zlatko Didzarevic, è morta a Sarajevo ed è stata seppellita a Srebrenica. La pace è fatta.
Tredozio: Abdou Saw si sistema con Manuela, una bolzanina che vive nella fattoria di fronte. Prende il suo posto il nipote Ousman Saw, da poco arrivato in Italia.
Le vacche stanno in buona salute, fanno vitelli, la cui carne, biologica certificata AIAB viene venduta a Faenza, a Forlì ed a Padova.
Incomincia a succedere che dei gruppi di amici si organizzano nell’acquisto di una bestia intera, per poi dividersela, e trovarsi da un giorno all’altro con un freezer di vitello. Un Gruppo d’Acquisto, insomma.
Spesso vi fa parte anche Silvano Cogo, il sindacalista della CGIL che ha messo in comunicazione Abdou Saw e Gianfranco Orunesu, e che lavora anche in una piccola ONG padovana di matrice laica, ACS.
La pace è guerra, con spreco di licenze
Pace. Sono nove anni e mezzo che le colline della Drina potrebbero assomigliare a quelle di Tredozio, e non vi somigliano. Di fatto, di Bosnia non si parla quasi più – anche le celebrazioni per la ricostruzione del ponte di Mostar, il 23 luglio scorso, sono passate in sordina.
Come per il Kosovo, la rimozione delle difficoltà di un dopoguerra che non vuole passare, è sintomatica dell’ignoranza nella quale l’occidente interventista si vuole mantenere.
E questo nonostante le migliaia di volontari che da anni, con ostinazione, lavorano alla costruzione della pace, fra i quali c’è anche ACS, che un bel momento ha un’idea creativa per sopperire alla cronica mancanza di denari: i vitelli di Tredozio, per l’appunto.
I Gruppi d’Acquisto si moltiplicano, e il guadagno della vendita dei vitelli va nella valle della Drina. “Si tratta di sensibilizzare ad un mangiare diverso, più attento, più sano… che non si fermi però al fatto privato e personale di cosa si ha nel piatto”, dice Silvano Cogo “insomma, te pol magnar bén, e darghe ‘na mano a ‘sti altri”.
Ecco allora che le vacche cominciano a trasformarsi in qualcos’altro. Proviamo a seguirle verso Bratunac: 11 chilometri da Srebrenica, verso il fiume. È’ un viaggio all’indietro nel tempo.
Le frontiere con la Bosnia sono faccende serie. Una di quelle con la Croazia spezza a metà una città, che da una parte si chiama Slavonski Brod e dall’altra Srpski Brod e Bosanski Brod. Chi ci vive la attraversa per andare a fare la spesa, o per prendere un caffè da un amico. E, nonostante questo, si resta fermi quasi un’ora.
Subito dopo si entra nella terra desolata. Già da Doboj tutto è come poteva essere all’indomani di Dayton. La strada sale e scende, è un paesaggio dolce e verde, colline, monti e boschi da camminare con calma
e meditando, avvertendo il fresco dei faggi enormi, il verde quasi intollerabile dell’erba nelle radure. Un paesaggio che si sa pieno di mine, incontrollabili, semi-eterne, mine a seguire il percorso capriccioso di un fronte lungo 2000 chilometri in una terra grande come il triveneto e la lombardia, un fronte nevrotico, che si piega al corso dei fiumi e all’indifferente saggezza dei boschi, ingloba casolari
isolati, ne lascia fuori altri, ti fa sopravvivere o ti fa crepare, imprevedibilmente. Nella contorta divisione interstatuale del dopo-Dayton, la Bosnia-Erzegovina è composta da due entità, la Federacjia Croato-Musulmana e la Rpublika Srpska, unite da una presidenza tripartita ed
etnicamente divisa. Nonostante il potere da viceré dell’Alto Rappresentante ONU Paddy Ashdown, la complicazione
amministrativa e politica è tale da far dubitare che dal nuovo stato possa ripartire una qualsiasi spinta. Non è certo un caso che alle ultime elezioni locali. il 2 ottobre scorso abbiano votato solo il 46% degli elettori (contro l’86% delle elezioni del ’97). Del resto non era facile scegliere fra 70 partiti politici, 18 coalizioni politiche e 180 candidati indipendenti. Su 2.300.000 votanti non è male…
Nel momento in cui entriamo in RS c’è un ulteriore salto indietro nel tempo, brutale.
L’altopiano della Romanjia, poco dopo Pale, è disteso e boscoso e prativo e bellissimo. Ma qua, come intorno a Rogatica o, ancora più, nel nostro luogo d’arrivo, Bratunac, si avvertono le tracce di un medioevo immaginario ma scientemente immaginato e praticato,
Da qualche parte qua, indisturbato, vive Ratko Mladic, ufficialmente ricercato da tutte le nazioni del mondo per crimini contro l’umanità. Dicono che stia in un villino vicino a Pale, e che per hobby allevi oche, alle quali ha dato i nomi dei leader europei e americani del tempo della guerra e dei generali della sfor.
Da qualche parte qua, indisturbato, vive e tuttora comanda Radovan Karadzic, grasso della vittoria del suo progetto politico.
I manifesti con entrambe le facce, in bianco e nero, la taglia di cinque milioni di dollari americani e il numero a cui telefonare, 066 222 065, tappezzano tutta la federazione croato-mussulmana. In RS sono più diffusi i santini.
Non ho nulla di specifico contro i serbi, non penso che siano loro i cattivi di una storia che ha fin troppi cattivi ed ancora più buoni, tutti regolarmente massacrati e perdenti, tutti ugualmente sconfitti in partenza.
Non ho nulla contro i serbi, ma qui avverto il peso intollerabile della paranoia della purezza e del sempre-uguale, della fierezza delle proprie miserie, del piacere perverso – maschile e patriarcale, direbbe Rada Ivekovic – dell’essere come si è. Nulla di tutto ciò fa parte di un ipotetico, e comodo, “specifico slavo”, o, ancora peggio, “serbo”: il terrore aggressivo dell’alterità e della contaminazione sembra
sempre più essere il canto profondo dell’Occidente, e dei suoi (auto?)nominati nemici. La diversità è diventata un pericolo, da affrontare diventando ancora più pericolosi.
Quando la macchina rallenta per passare villaggi sfrangiati negli altipiani meravigliosi, molti ragazzi ci fischiano; o, soprattutto, ci fulminano con un’ostilità dello sguardo muta, petrosa e terribile.
La realpolitik e i lamponi.
E che fare di queste vacche?
Bratunac aveva trentamila abitanti, dei quali 21.500 Bosgnacchi – ad oggi ne sono tornati 4500, la maggior parte nel paese di Konjevic Polje, appartenente alla municipalità.
Fra questi, Fata Orlovic, rientrata dopo aver perso 29 congiunti a Srebrenica, si è trovata una chiesa ortodossa costruita in giardino. Fata vorrebbe che fosse demolita; la battaglia và avanti da anni e già una decina di volte è degenerata.
Lo scorso 11 settembre, circa 50 serbi, capitanati da più di un pope, hanno cercato di entrare in chiesa (chiusa dalle autorità della RS) per sentire la messa: ne è risultata una zuffa furiosa a bastoni e pietre con una cinquantina di bosgnacchi. E, se gli abitanti del paese volessero anche risolvere la questione, media e chiesa ortodossa hanno posizioni molto violente, che a più di un osservatore hanno ricordato il clima del 1992.
La questione delle proprietà non è solo simbolica: prima della guerra, a Bratunac c’erano 5205 case: di queste 4221 sono state distrutte o danneggiate gravemente.
Il 16 settembre una fossa da 220 corpi a Bljeceva
L’economia locale si basava su industrie e miniere totalmente dipendenti dal complesso sistema economico-produttivo ex jugoslavo, ora distrutte o obsolete. Secondo stime della municipalità, solo un abitante su venticinque va oltre la sussistenza. E se hai difficoltà a metter assieme il pranzo con la cena, se la tua sopravvivenza dipende dalle rimesse che vengono dagli emigrati in un’Europa tanto odiata quanto infantilmente sognata, è veramente difficile iniziare un ragionamento di convivenza: la pace è vivibile solo ricostruendo un tessuto economico sostenibile.
E’ da questo che nasce l’idea, a prima vista arruffata e poetica, della trasformazione della vacche in lamponi. I lamponi sono una cultura tradizionale della zona, vengon su bene e fruttificano; non richiedono grande forza fisica, e quindi possono essere coltivati anche da donne sole; e vivono dieci anni, “trasformando la parola ritorno in parola restare”, per usare le parole del Forum delle Donne di Bratunac, uno dei partner locali del progetto.
È’ stata dunque fondata, con Agronomi senza frontiere e Assopace Padova, la cooperativa agricola Insieme, alla quale partecipano “persone dal cognome serbo e persone dal cognome bosgnacco”, come dice Rada Zarkovic di ICS Bosnia, si è formato un agronomo a Pergine Valsugana ed è stato recentemente impiantato, grazie anche all’aiuto di Assopace Verona, un vivaio da 5000 piantine, che ne produrranno 40.000 dall’anno prossimo. Si può anche andare a vedere che fine fanno le vacche, grazie a dei viaggi di conoscenza.
Non tutto è semplice, la poesia fa una fatica agra quando gratta la realtà; ma, grazie a molti esseri umani e ad altrettanti ignari vitelli, sta iniziando a funzionare.

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