il pane a vita

IL PANE A VITA

Nella storia di una fabbrica chiusa in tre ore dopo centoventitrè anni, il presente del lavoro in Italia.

Il Pane a vita è il mio ultimo documentario. Racconta un inverno nella vita di tre ex-operaie dell’Honegger, un cotonificio delle valli bergamasche, che hanno perso il lavoro a causa della crisi.

C’era una volta, in Italia, il lavoro. Quello che fonda la Repubblica, e quello su cui generazioni di Italiani hanno fondato e costruito le loro vite, le loro famiglie, il loro essere cittadini. Quello con i diritti e le garanzie. C’era una volta, e non c’è più. La crisi economica ha dato il colpo di grazia ad un modello già da tempo messo all’angolo, già distante dall’esperienza di sopravvivenza quotidiana dei trentenni del nostro Paese.

Per certi versi, quindi, questo è un film archeologico. Ma è un’archeologia paradossale, sia perché su quello che resta del lavoro con garanzie e diritti, su quello che ha consolidato in piccoli e saggi capitali familiari si regge tuttora – e forse per poco – l’economia del Paese; sia perché questo cambiamento – questo lutto – non l’abbiamo ancora capito ed elaborato.

presidioIl vuoto che racconto non è solo nelle economie e nelle giornate delle protagoniste del film, ma nella disillusione che provano nel vedere tradito un patto sociale che passava di madre in figlia, quello per cui a lealtà corrispondeva un posto sicuro – il pane a vita – e, a duro lavoro, corrispondeva una dignitosa pensione. Ed è un vuoto che non è stato riempito da riflessione ed azione collettiva, ma solo dalla previdenza sociale – fino a quando durerà – e dall’indispensabile aiuto ed assistenza della solidarietà.

E’ per me molto significativo che proprio una delle istituzioni di solidarietà più importanti e diffuse, la Caritas, di fronte all’emergere di nuove ed inaspettate povertà, mi abbia chiesto di iniziare a provare a riempire quel vuoto con un racconto: per significare non il loro impegno, ma le ragioni del loro impegno, e per porre un problema civico e politico: che facciamo del lavoro in Italia? Che facciamo dei bisogni e dello smarrimento che la crisi fa emergere?

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