la crisi sta riavvicinando le due sponde del mediterraneo

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E’ successa una cosa strana, e bella.

Con ZaLab, abbiamo messo in streaming gratuito I nostri anni migliori, il mio primo

documentario, realizzato in co-regia con Matteo Calore nel 2011. Il film racconta l’arrivo in Italia di 22.000 tunisini, fra febbraio e marzo 2011; le ragioni del viaggio, nella rivoluzione che aveva messo fine al regime di Ben Ali, il passaggio a Lampedusa, i campi in cui sono stati chiusi, la difficile libertà dopo il permesso di soggiorno.

Lo streaming era assieme a Mare Chiuso, che racconta un passaggio totalmente differente per l’isola “porta d’Europa”, ed era in sostegno al percorso di scrittura della Carta di Lampedusa.

Tuttavia, fra i molti che l’hanno visto, alcuni ci hanno detto cose diverse. Il film è stato recensito e rilanciato da Famiglia Cristiana, e su Cinefarm è uscita una lettura che ci ha fatto pensare: ci siamo resi conto che, passata la finta “emergenza” degli sbarchi dei tunisini a Lampedusa, un film che era uscito per smontare quella retorica ora assume anche un altro significato. Le ragioni che avevano spinto i nostri giovani protagonisti a partire nel 2011 sono infatti sempre più consonanti con le ragioni che spingono, o costringono, molti giovani italiani ad andarsene dal nostro paese. La Crisi sta riavvicinando le due sponde del Mediterraneo. Con Matteo e con ZaLab abbiamo quindi deciso di tenere Il pane a vita in streaming libero per una settimana.

Lo trovate a questo link

E quello che più colpisce nella visione è il fatto che i cinque ragazzi protagonisti della vicenda hanno alle loro spalle un vissuto che somiglia, ogni giorno di più, alla stragrande maggioranza dei giovani italiani: lavoro precario e sottopagato, frustrazione derivata dalla mancanza di un futuro, il malessereche deriva dal fatto che i laureati debbano essere costretti a trovare un posto di lavoro dignitoso fuori dalla propria terra natia e la prassi divenuta ormai norma delle tangenti e delle raccomandazioni. (CINEFARM)

Crisi, insomma. Al punto che mi è venuto da pensare che con il mio ultimo lavoro, il Pane a Vita sto raccontando forse, con protagonisti diversissimi, la stessa storia.

Del resto, probabilmente il tempo ha semplicemente reso più evidente una cosa che già cercavamo durante il montaggio del film, anche se allora ci pareva un sottotesto.

Man mano che conoscevamo le persone rinchiuse nei campi, raccogliendo le storie che poi sono riuscite ad entrare nel montaggio e quelle che non ci sono riuscite, abbiamo scoperto che se n’erano andati per motivi molto normali.

Se n’erano andati per trovare lavoro in Europa, un lavoro che duri tutti e dodici i mesi dell’anno, per uno stipendio giusto, certo.

Ma soprattutto se n’erano andati per trovare l’Europa: una terra dove e dove se subisci un abuso puoi andare dalla polizia, e non è la polizia la responsabile dell’abuso.  Dove se hai diritto ad una carta, la ottieni, e non è un favore non gratuito che ti fa la burocrazia. Dove hai i tribunali, hai la legge, e se fai quello che devi hai quello che ti spetta, non di più, nè di meno.  O semplicemente se n’erano andati per andarsene dalla Tunisia, un paese dove hai vissuto la disillusione dei mesi successivi, con troppi uomini vicini all’ex dittatore ancora al comando, una rivoluzione politica incompiuta ed una rivoluzione sociale tutta ancora da fare. E nell’attesa sei partito, che la libertà ha fretta, ed avevi voglia una volta buona di vederla da vicino. O anche solo per viaggiare, dato che non hai mai potuto farlo. Storie normali. E, fatto salvo l’orgoglio di aver attraversato una rivoluzione bruciante, di aver sconfitto la paura, non così diverse dalle storie dei miei amici, che se ne vanno dall’Italia, o vorrebbero farlo, perché qua non trovano lavoro. O perché qua sentono di non aver spazio, di non poter crescere, di non poter dispiegare appieno le loro energie. O perché hanno voglia di viaggiare, di vedere il mondo. O perché l’erasmus gli ha lasciato quel certo nonsochè che li rende inquieti. O perché non ne possono più di stare in un paese marcio, e cercano un luogo in cui le cose siano un pò più pulite, nette, in cui si possa respirare.

Non così diverse, fatto salvo per un dettaglio: che noi possiamo viaggiare, quando ci piace e dove vogliamo, e loro no, perché sono nati dal lato sbagliato del mare. Che se noi partiamo giovani ci toccano ostelli, treni, fotografie, musei se interessati, grandi chiacchiere alla sera ed alla notte. Se partiamo un po’ più adulti, difficoltà ma anche grandi opportunità. E se loro partono, gli tocca il rischio della pelle su una barca nel mediterraneo, dormire sui moli per una settimana, campi di detenzione con doppia fila di rete e torrette luminose, e un immenso ed assurdo allarme sociale per un’invasione inesistente, perché sono nati dal lato sbagliato del mare. Che se noi ritardiamo, al limite perdiamo un treno o un aereo, e a volte ci capita addirittura di prendere quello dopo senza maggiorazione. E se ritardano loro, se invece che arrivare il 5 aprile alle undici arrivano a mezzanotte e venti minuti, allora rimbalzano indietro, e gli tocca accettare, o aprirsi le vene e guardare il sangue che esce , a vedere se almeno così funziona, se almeno così qualcosa cambia nella loro condizione, perché sono nati dal lato sbagliato del mare. E io, se guardo il mare, mica riesco a capire che c’ha un lato sbagliato

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